La visibilità differente dell’autrice postcoloniale

“Non è il libro che conta, ma l’aura del suo autore. … Se l’aura non esiste ma il libro vende per qualche miracolo, i media inventano l’autore, così che lo scrittore finisce per vendere non solo il proprio lavoro ma anche se stesso, la propria immagine”. Questo dichiara in un’intervista alla Paris Review Elena Ferrante, nom de plume di una delle autrici più lette e studiate della letteratura italiana contemporanea, che così motiva la propria scelta di restare nell’ombra per più di vent’anni. Nella versione originale, in inglese, Ferrante utilizza il maschile – “himself, his image” – forse in un’eco dell’italiano in cui il pronome maschile è anche neutro, o forse come commento sottotraccia alle diverse speculazioni sull’identità di genere dell’autrice (o autore) de L’amore molesto e della fortunata quadrilogia de L’amica geniale.

Il “caso Ferrante” mette in rilievo come la visibilità – mediatica e spesso anche corporea – di scrittrici e scrittori nel panorama immaginario di chi legge è parte integrante di come ‘funziona’ il testo letterario nella contemporaneità. Non solo nel mercato letterario globale la scrittura va ormai di pari passo con il fenomeno del branding, la commercializzazione dell’identità mediatica dell’autrice/autore per potenziare la diffusione dell’oggetto libro: la figura autoriale è spesso pervasiva e concreta, origine visibile ma anche, come suggerisce Ferrante, invenzione del testo stesso, che al pari dei personaggi meglio riusciti permea l’esperienza di lettura.

Se poi la scrittura porta una marca di differenza – come può esserlo, nel caso di Ferrante, una scrittura “di donna” – allora la corrispondenza tra corpo reale e corpo della scrittura può diventare un requisito necessario, e la sua mancanza una fonte di turbamento per studiose e lettrici. Ma cosa accade, al contrario, quando l’aura autoriale ha come soggetto coloro che Cheikh Tidiane Gaye definisce “cit­ta­dini diver­sa­mente visi­bili”, quelle autrici e autori che si raccolgono – o vengono raccolti – sotto l’ombrello del postcoloniale? Come ha scritto Annalisa Oboe su Aut aut, esiste un uso “inconsapevole” del postcoloniale dentro e fuori dall’accademia italiana a cui è necessario dare visibilità (141-142): e un modo per farlo, nel crocevia tra pratiche artistiche e pubbliche, è di far scattare il corto circuito che si crea tra l’aura dell’autrice (o autore) e la visibilità a sua volta differente del soggetto postcoloniale, in un ambito dove scrittura, corpo e narrazione di sé sembrano elementi imprescindibili l’uno dall’altro.

È recentissimo il dibattito, a cui ha dato inizio Ben Okri sul Guardian, su una sorta di riflesso razzista nella letteratura contemporanea che inchioderebbe autrici e autori ‘neri’ – dove black indica una categoria della scrittura più che dell’etnicità – a occuparsi solo di schiavitù, povertà e discriminazione: un intervento che ha messo in tumulto i social network e sollecitato reazioni da parte di molte voci (autorevoli o meno). La figura autoriale postcoloniale emerge da questo dibattito come la precondizione della scrittura, alla fonte di una narrazione che sembra sempre ridursi – se di riduzione si tratta – alla narrazione del sé. È questo corpo nella sua visibilità pubblica che la scrittura postcoloniale è chiamata a raccontare; è di questo corpo postcoloniale – ‘nero’, e spesso femminile – che bisogna dare conto (o racconto) come condizione preliminare della scrittura, un corpo incaricato di quello che Kobena Mercer ha definito “l’onere della rappresentazione”.

In questo panorama l’autrice postcoloniale sembra ricoprire il ruolo dell’informatore nativo, la cui produzione ha valore per le informazioni che offre, e che quindi può godere, come scrive Gayatri Spivak, solo di un accesso limitato all’umano. Allo stesso modo la scrittura nera sarebbe esclusa da quella aspirazione all’universale che secondo Okri deve trascendere dal soggetto (inteso come tematica, ma per certi versi anche come soggettività) per “illuminare lo spirito umano e risvegliarci all’eccentricità e alla magnificenza della condizione umana”. E tuttavia, il paradosso di voler cercare (o produrre) un “Tolstoj Zulu” era già stato svelato da Edward Said in Cultura e imperialismo: questo appello all’universalità ricorda fin troppo che i classici letterari sono il prodotto di una selezione tesa a riprodurre un canone nato nell’esclusione attiva di autrici e autori come Okri – e come Wole Soyinka o Chimamanda Ngozi Adichie, ma anche Igiaba Scego, Gabriella Ghermandi o lo stesso Gaye. Quel corpo postcoloniale che oggi deve rendere conto di sé, che deve giustificare la propria assunzione di autorialità, è stato sistematicamente escluso da una disciplina – la letteratura, ma anche la musica e le arti figurative e performative – in cui per molto tempo la dimensione artistica è stata solo ed esclusivo appannaggio dell’Occidente bianco.

È rispetto a questa visione che il ruolo dell’intellettuale postcoloniale va piuttosto a sovrapporsi a quello dell’“intellettuale organico” di gramsciana memoria, che secondo Stuart Hall ha la responsabilità della trasmissione delle idee nei confronti di coloro che non sono intellettuali di professione. Questa assunzione di responsabilità spiega l’“urgenza tutta personale” del racconto, come l’ha chiamata Igiaba Scego in risposta all’intervento di Okri in un commento Facebook. Scego è una delle narratrici italiane “d’altrove” apparse sulla scena editoriale italiana negli anni 2000, la cui visibilità immediata e il discreto successo editoriale hanno segnato un punto di non ritorno, per lo meno per quella scena intellettuale italiana che li ha immediatamente identificati come parte di un fenomeno più ampio già emerso nelle letterature altrove, in Occidente e nelle ex colonie.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, con la sua entrata nell’editoria e nell’accademia, il postcoloniale abita ormai la scena pubblica in maniera autorevole, ma in qualche modo anche (a volte) normalizzata mediante quella che Graham Huggan ha definito ‘postcolonialità’, una nuova commerciabilità dell’esotico sulla scena culturale neoliberale – quel terzomondismo commerciale che permette di consumare il linguaggio resistente elaborato in seno alla letteratura postcoloniale neutralizzandone la portata critica. Anche se sono passati solo pochi decenni, questo panorama è ben diverso da quello in cui sono apparsi i testi che oggi consideriamo i grandi classici, come The Lonely Londoners (1956) o Things Fall Apart (1958), ma anche da quello che ha accolto i primi grandi autori ‘pubblici’ come Salman Rushdie e lo stesso Ben Okri negli anni 80 e 90. È quindi necessario mettere in atto l’operazione meritoria ma difficile (e per certi versi dolorosa) che riesce a compiere Sandra Ponzanesi nel suo ultimo lavoro: ossia trattare il testo letterario nella sua dimensione materiale di oggetto di consumo, con il suo corollario di operazioni editoriali e premi letterari; è anche necessario, per la studiosa di letteratura angolofona (come chi scrive), il riconoscimento della differenza che le scritture italofone portano nel paradigma della postcolonialità.

Il confronto con queste scritture richiede infatti la crisi delle categorie interpretative del “postcoloniale” – un significante errante che in momenti diversi può essere appropriato, come fa esplicitamente Igiaba Scego nel suo ultimo lavoro a quattro mani con Rino Bianchi, Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città (2014), oppure messo a distanza attraverso il rifiuto di ogni definizione, come scrive Gabriella Ghermandi nel suo contributo a questo blog. Richiede anche una ridiscussione delle categorie della critica letteraria femminista per queste scritture in cui i temi e le questioni delle donne si declinano in modalità allo stesso tempo familiari e stranianti, come aveva già notato Lidia Curti in un pionieristico saggio del 2006.

Le scritture di questo tempo, quelle dell’archivio ‘a venire’ delle nostre dizioni diasporiche, non decostruiscono la postcolonialità globale, ma la abitano nel segno di una doppia temporalità: da una parte danno forma a una figura autoriale dalla visibilità differente e ‘nuova’ rispetto alla lingua e al discorso nazionale italiani, mentre dall’altra si inseriscono in un discorso globale collaudato che ha già dato forma a un’aura della scrittrice postcoloniale, un immaginario collettivo che queste scritture sono chiamate a rinegoziare, chiedendo a noi lettori di fare altrettanto.

Serena Guarracino


Riferimenti
Curti, Lidia, “Vicino a casa, lontano da casa: voci di un impero minore”, in La voce dell’altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale, Roma, Meltemi, 2006.
Hall, Stuart, “Cultural Studies and Its Theoretical Legacies”, in Lawrence Grossberg et al. (eds), Cultural Studies, New York and London, Routledge, 1992, pp. 277-294.
Huggan, Graham, The Postcolonial Exotic. Marketing the Margins, New York, Routledge, 2001.
Mercer, Kobena, “Black Art and the Burden of Representation”, Third Text 10 (1990), pp. 61-78.
Oboe, Annalisa, “Saperi in transito”, Aut aut 364, pp. 137-146.
Okri, Ben, “A Mental Tyranny Is Keeping Black Writers from Greatness”, The Guardian, December 27, 2014; <www.theguardian.com/commentisfree/2014/dec/27/mental-tyranny-black-writers>.
Ponzanesi, Sandra, The Postcolonial Cultural Industry. Icons, Markets, Mythologies, New York, Palgrave Macmillan, 2014.
Said, Edward W., Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente, Roma, Gamberetti, 1998.
Spivak, Gayatri Chakravorty, Critica della ragione postcoloniale. Verso una storia del presente in dissolvenza, Roma, Meltemi, 2004.

(foto: dettaglio da Matthias Grünewald [Public domain or Public domain], via Wikimedia Commons )

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