Dizioni del futuro

Dal 18 al 20 febbraio, Dizioni Diasporiche ha partecipato al convegno ‘Archivi del Futuro. Il postcoloniale, l’Italia, e il tempo a venire’, organizzato da Annalisa Oboe presso l’Università di Padova all’interno del progetto Postcolonialitalia con il patrocinio, oltre che dell’ateneo ospitante, dell’AISCLI e del CIRSIM. Sorta di stati generali di quella parte di accademia che fa della critica postcoloniale uno strumento di lavoro, ‘Archivi del Futuro’ si è rivelato un convegno denso di riflessioni e ricco di scambi, come non sempre accade.

Uno scambio che tentiamo di proseguire in questo spazio, dando la parola a chi di noi ha avuto il piacere di essere lì. Qui di seguito trovate commenti, note a margine, riflessioni, osservazioni. Gli interventi – di Alessandra Ferlito, Giulia Grechi, Gianpaolo Chiriacò, e Serena Guarracino – nascono dalla speranza di ampliare il dialogo avviato nei giorni di Padova.

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La presenza così numerosa ed eterogenea di figure che si stanno imbattendo nel postcoloniale in relazione all’Italia mi fa pensare che l’invito a ri-aprire gli archivi della Storia ufficiale di questo paese, e a farlo da una prospettiva postcoloniale, sia stato in parte accolto, esplorato, ed esteso. Tra le altre, a notare la straordinaria crescita e la vivacità degli studi che di recente hanno adottato questo “sguardo”, generando una situazione “per certi versi elettrizzante”, le parole lucide e appassionate di Sandro Mezzadra, intervenuto durante l’ultima giornata del convegno. Nel suo bilancio provvisorio del postcoloniale in Italia, tuttavia, ai toni entusiastici fanno necessario seguito le note dolenti riferite agli ostacoli che questi studi – come formazione congiunturale, come evento che ha forgiato un nuovo sguardo “di confine” – devono, ancora, affrontare per sopravvivere all’interno di una accademia che tende puntualmente a relegarli in posizioni di marginalità. Il suo discorso sull’organizzazione dei saperi, dunque, insiste sulla necessità di “immaginare dei modi per rendere produttiva la portata epistemologica del postcoloniale, anche dal punto di vista della politica delle discipline”. Una urgenza, questa, particolarmente aderente alla sfera della curatela delle mostre d’arte – penso. In primo luogo, per il ruolo centrale che la figura del curatore riveste nella costruzione del discorso e del dibattito sulla auto-rappresentazione e sulla rappresentazione dell’altro. Parallelamente, perché quello della curatela, specie nella sua configurazione più recente, è un campo ibrido, flessibile, interdisciplinare e difficilmente disciplinabile; allo stesso tempo, la ‘cura’ può svolgere una funzione incisivamente disciplinante. Ed è in relazione a questa sottile ambivalenza che, nell’Italia di oggi, vale la pena di interrogarsi sulle prospettive postcoloniali della curatela italiana; non alla ricerca di un nuovo paradigma rassicurante o di una nuova etichetta estetica; al contrario, per ri-affermare la possibilità di osare l’incoerenza e la necessità di praticare i confini – come suggerisce Mezzadra.

Quanto appena detto trova conferme nella storia delle mostre italiane degli ultimi decenni: un archivio di visioni che, rispetto al postcoloniale (come questione e in quanto condizione), emerge nei termini e nei percorsi contraddittori della malinconia, dell’inconsapevolezza, dell’indifferenza, della resistenza. Molte voci critiche hanno già notato quanto avviene, e non avviene, dopo la famosissima Magiciens de la Terre (1989) – mostra a cui viene attribuito il merito di avere introdotto (anche se in maniera decisamente controversa) il dibattito sulla postcolonialità nell’Europa delle esposizioni. Quelli di Magiciens erano pressappoco gli anni in cui, a Napoli, Iain Chambers e Lidia Curti preparavano il terreno alla pubblicazione di quello che oggi è un pilastro della teoria postcoloniale (La questione postcoloniale, 1997). E tuttavia, come ricorda Mezzadra, la versione inglese di quel testo rivoluzionario, pubblicata l’anno precedente, ebbe molto più successo di quella italiana. Nei circuiti espositivi si riscontrano le stesse ambivalenze, paradossi, ambiguità e contraddizioni: oltre a una disattenzione diffusa (almeno da parte istituzionale) nei confronti del crescente fenomeno delle migrazioni, della globalizzazione o del “multiculturalismo”, alcune mosse curatoriali riconducono al passato, come se questo non fosse mai veramente passato – direbbe Chambers. Il ritorno dei maghi, ad esempio, è una collettiva che i suoi curatori, Enrico Mascelloni e Sarenco, hanno voluto dedicare all’arte e agli artisti africani in rapporto alla sfera della spiritualità (Il ritorno dei maghi. Sacro e profano nell’Arte Africana Contemporanea è il titolo del catalogo), evocando e omaggiando la celebre mostra parigina. Neanche loro, come in effetti è stato notato (Pinto 2012, tra i pochi), riescono però a sovvertire le forme e i modi del paternalismo ‘tipizzante’ di matrice occidentale. Forse il titolo di questa mostra può destare turbamento, confusione, può sembrare inopportuno, a pensare che l’evento è stato concepito nel 2000 per una galleria di Orvieto col supporto dell’amministrazione pubblica cittadina; se pensiamo che già qualche anno prima la Biennale di Venezia aveva cominciato ad aprirsi a prospettive critiche ‘altre’ (es. TransCulture, 1995); o se consideriamo, infine, il proliferare di sperimentazioni a cui si assiste, nello stesso periodo, in altre parti d’Europa e del mondo. Ma, forse, una presenza come Il ritorno dei maghi può anche aiutarci a comprendere meglio l’insuccesso della “questione postcoloniale” presso il pubblico italiano di quegli anni. Un pubblico di “brava gente”, cresciuto nella certezza (anche estetica) della modernità occidentale, e anch’esso frantumato tra l’indifferenza, la malinconia, l’inconsapevolezza, la resistenza. Un pubblico nei confronti del quale le scelte della curatela, dagli “zoo umani” in poi, hanno certamente avuto il loro peso.

A questo punto, e tornando a Venezia, adottare lo sguardo del postcolonialismo per analizzare quanto succederà fra due mesi, con l’apertura della Biennale diretta da Okwui Enwezor, potrà senz’altro favorire l’ingresso di nuovi argomenti, l’avanzamento di nuove proposte, tagli e prospettive. Un’analisi, non soltanto estetica, della mostra All the World’s Future (titolo che Enwezor ha scelto per la sua collettiva di 136 artisti); una messa in discussione dei criteri alla base del Codice Italia che Vincenzo Trione sta preparando per il Padiglione nazionale; uno sguardo alle altre partecipazioni nazionali e agli eventi collaterali in programma (es. Frontiers Reimagined, a cura di Sundaram Tagore e Marius Kwint), potranno certamente aggiornarci sulle questioni finora sollevate.

I rischi segnalati da Mezzadra nel 2008 (La condizione postcoloniale), a proposito di una ricezione tardiva del dibattito sul postcolonialismo in Italia, riguardano anche la curatela, che – in quanto campo di studi, sia storici che metodologici – arriva in ritardo a sua volta, e sostanzialmente come traduzione di un format europeo/occidentale. Se i motivi di questi ritardi possono essere facilmente compresi entro una griglia di anomalie già note del sistema italiano, oggi, come negli anni Novanta, sembriamo ancora incapaci di prevedere fino in fondo la portata di questo rischio e i suoi effetti in prospettiva futura. È in questo senso che, a fine convegno, mi pare importante riportare all’interno di questo blog l’urgenza di “rendere produttiva la portata epistemologicamente sovversiva del postcoloniale” (ancora Mezzadra), con l’auspicio che questi studi, e questi studiosi, possano trovare anche in Italia gli spazi, gli strumenti e i mezzi di cui necessitano per continuare a crescere, dentro e/o fuori dall’accademia, sui confini.

Alessandra Ferlito

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La riapertura degli archivi degli immaginari coloniali, letterale o metaforica, è al centro del lavoro di moltissimi artisti contemporanei a livello internazionale, che hanno iniziato a partire dagli anni ’80 a decostruire, de-feticizzare, rovesciare le visioni e gli stereotipi coloniali, che continuano ad essere vivissimi e produttivi anche nella contemporaneità, soprattutto nei linguaggi di massa e in un certo turismo culturale fortemente esotizzato. Anche da questo punto di vista l’Italia ha scontato, e per certi versi sconta tuttora, una certa marginalità, un ritardo cronico nell’impresa faticosa e coraggiosa dell’auto-riflessività. Le motivazioni generali di questo stare un passo indietro dallo specchio, rispetto alle questioni culturali legate al colonialismo, sono state ampiamente analizzate, tra gli altri, nell’intervento di Cristina Lombadi-Diop e Caterina Romeo durante Archivi del Futuro (insieme all’opportunità difondare un approccio “italiano” al postcoloniale a partire da una prospettiva mediterranea e meridionale). Certamente le difficoltà ad affrontare questo passato che non passa fanno riferimento a un complesso amalgama di reticenze, sensi di colpa, nostalgie, diffidenza, difficoltà nell’accertare fatti storici, volontarie rimozioni e colpevoli distrazioni, inestinguibili stereotipi sul periodo coloniale italiano, legati anche a una tardiva apertura degli archivi storici. Il lavoro da fare per decolonizzare la cultura e gli immaginari in Italia è appena iniziato. Si tratta di un lavoro tutto al presente prossimo, legato anche all’urgenza di fare i conti con la difficile e ambigua relazione con “l’altro”, con i migranti e le migliaia di personedi origini miste, nati o residenti in Italia ormai da decenni. In effetti in questi anni diversi artisti, italiani e non, hanno iniziato ad occuparsi del (post)colonialismo italiano, più o meno esplicitamente, anche a partire dalle migrazioni e dal Mediterraneo (una carrellata ci è stata offerta nei giorni del convegno dall’intervento di Francesca Gallo). Tuttavia in un mondo dell’arte poco focalizzato sulle questioni coloniali, e in generale su un approccio auto-riflessivo e di critica culturale (con qualche fortunatissima eccezione), è certamente difficile nutrire la ricerca artistica su queste tematiche, e valorizzarla. Basti pensare ad esempio a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che da molti anni stanno lavorando sui materiali dell’archivio di Luca Comerio, documentarista durante il periodo fascista, facendo un lavoro frame-by-frame di decostruzione della mitologia e dell’estetica fascista legate (tra le altre cose) alla costruzione immaginaria di una continuità con l’imperialismo e la cultura della “romanità”. I loro video (l’ultimo dei quali, Pays Barbare, esplicitamente centrato sul colonialismo italiano a partire dagli anni ‘20) non trovano un’ampia ricezione in Italia nel mondo dell’arte. Con l’eccezione di una mostrapersonale all’Hangar Bicocca qualche anno fa, le loro opere trovano più facilmente collocazione, in Italia, nell’ambito del cinema sperimentale (Festival di Locarno, Torino Film Festival…), mentre (per fare solo un esempio) tutti i loro lavori sono presenti nell’archivio del MOMA.

Sarebbe interessante tracciare una mappatura del lavoro di artisti contemporanei che in Italia si approcciano al tema del colonialismo e delle sue eredità contemporanee, non solo nelle arti visive, ma anche nelle arti performative. Ad esempio la ricerca dei Motus, con il loro progetto 2011>>2068 Animale Politico Project (che ha prodotto recentemente lavori straordinari come Nella Tempesta e Caliban Cannibal), e quella del gruppo di danza e performance MK, con lavori come Quattro danze coloniali viste da vicino, Impression d’Afrique, Grand Tour.

Manca a mio avviso nella critica d’arte e museologica italiana una disponibilità a contaminarsi con altre discipline, come gli studi culturali e postcoloniali e una certa critica antropologica, che stanno portando con decisione il taglio postcoloniale all’interno dell’analisi, della riflessione e della ricerca in ambito artistico e museologico. Sarebbe stato sicuramente interessante, in Archivi del Futuro, avere la possibilità di focalizzare queste questioni in un panel dedicato, ma probabilmente la sua assenza è significativa della difficoltà reciproca di questi campi disciplinari di colmare la distanza che spesso li allontana. La ricerca artistica, le narrazioni museologiche e la curatela sono ambiti nei quali è possibile un lavoro di profonda auto-etnografia intorno agli immaginari coloniali e alla loro pregnanza nell’oggi. La sfida al “museo” come istituzione di matrice nazionale e coloniale è più forte che mai. Ne ha riflettuto molto il progetto di ricerca MeLa – EuropeanMuseums in an Age of Migrations, attraverso una sere di pubblicazioni focalizzate da un lato sulla ricerca teorica intorno all’idea di un “museo postcoloniale”, alla relazione tra memoria culturale, modernità migrante e pratiche museali, al “mandare in rovina” l’archivio; dall’altro lato sulla ricerca attraverso le pratiche… Altro limite profondo da individuare chiaramente nell’Accademia italiana è proprio la tendenza a separare questi due ambiti, svalutando il secondo come marginale, o non coerente con un percorso di ricerca istituzionale (o non valutandolo tout court come attività “ricerca”). Si tratta di riconoscere che il confine tra il fare (la pratica artistica o curatoriale, ad esempio) e il produrre conoscenza attraverso il teorizzare si è da tempo e progressivamente sempre più assottigliato, come sottolinea Irit Rogoff: “the old boundaries between making and theorising, historicizing and displaying, criticising and affirming have long been eroded. Artistic practice is being acknowledged as the production of knowledge and theoretical and curatorial endeavours have taken on a far more experimental and inventive dimension, both existing in the realm of potentiality and possibility rather than that of exclusively material production”.

Giulia Grechi

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La mattina del giovedì si è tenuta quella che è apparsa come la sessione più controversa del convegno, dal titolo ‘razzismi e subalternità.’ Partendo da un’analisi generale sulla presenza e la consistenza di razzismi e “razziologie” in Italia, il momento della discussione si è focalizzato quasi interamente su un tema d’attualità: la lettera – firmata da alcuni scienziati e destinata alle più alte cariche dello Stato – in cui si chiede l’abolizione del termine ‘razza’ dalla Costituzione italiana, in virtù del fatto che il termine non ha basi scientifiche. I relatori – Anna Scacchi, Shaul Bassi, Valeria Deplano, Tatiana Petrovich Njegosh, Gaia Giuliani, così come il chair Roberto Beneduce – hanno espresso pareri divergenti in merito alla possibilità di appoggiare o meno la lettera.

Il dibattito ha ben rispecchiato l’esistenza di diverse anime all’interno dell’accademia italiana (e questo senz’altro è un bene). Da un lato c’è chi segnala la necessità di distaccarsi dal concetto di razza per come è stato strutturato, e usato, nei secoli passati, per come è stato impiegato nella giustificazione di aggressioni e soprusi, nonché di sistemi giuridici fondati sulla discriminazione. Dall’altro, si sottolinea la necessità di analizzare e individuare il modo in cui le disuguaglianze fondate sulla razza si insinuano oggi in strutture di pensiero, di organizzazione e aggregazione. E finiscono per connotare – in una maniera meno ovvia ed evidente, più surrettizia ma non meno pericolosa – sistemi inficiati da discriminazioni.

Forse, insieme a un dibattito su un’operazione mediatica e politica come quella lettera, sarebbe stata utile una riflessione su come i due approcci si riverberano nel panorama sociale. Si può infatti guardare ad atti di razzismo contemporanei in due modi: condannandoli per la loro insensatezza, o cercando di capire il modo in cui tali atti sono solo gli effetti più eclatanti di un pensiero collettivo che ancora non si è liberato delle idee discriminatorie su cui si è eretto.

Parlando del caso Ferguson, Ta-Nehisi Coates sottolinea l’importanza dei risultati dell’indagine federale sull’assassinio di Michael Brown. Le indagini hanno dimostrato che “le prove non confermano l’ipotesi che [il poliziotto Darren Wilson] avesse agito in assenza di provocazioni”. Scagionano quindi l’agente, ma allo stesso tempo rivelano un pericoloso quadro all’interno del quale la prevaricazione continua e continuativa nei confronti della popolazione nera di Ferguson (soggetta a maggiori controlli, vessata da multe, vittima di intenti discriminatori da parte di chi esercita il potere) ha alimentato un allarmante clima di tensione sociale. Coates ribadisce che concentrarsi solo sull’uso della forza da parte di Wilson come azione o reazione contro Brown sarebbe come limitarsi a osservare solo un aspetto del problema, quello più superficiale e visibile. Mentre invece è indispensabile comprendere tutte le implicazioni di quel quadro, le motivazioni originarie e le tattiche da esse sviluppatesi. Coates ci apre gli occhi su come negli Stati Uniti, che oggi vivono quella che è stata definita l’era post-razziale (rappresentata, al suo livello più alto, dall’elezione di un presidente nero), le divisioni razziali continuano a connotare – e disgregare – il tessuto contemporaneo.

Dal nostro punto di vista, la situazione statunitense può farci capire come superare un termine, vivere un post-, rappresenti un’operazione di per sé insufficiente. Ferguson è lontana. E la questione della razza si declina diversamente in Italia, per differenti realtà storiche e sociali. Ma se è giusto interrogarsi sulla validità di un’espressione come ‘senza distinzioni di razza’ nella nostra Costituzione, concentrarsi esclusivamente su un termine potrebbe farci dimenticare l’esistenza di un quadro nazionale contemporaneo in cui ancora agiscono i razzismi italiani.

Gianpaolo Chiriacò

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C’è dell’inevitabile ma anche del sorprendente nel modo in cui la sessualizzazione del discorso postcoloniale ha attraversato le giornate del convegno, in alcuni momenti scomparendo come un fiume carsico per poi riemergere di prepotenza.

Annalisa Oboe ha aperto i lavori con un appello a “rendere visibile il postcoloniale”; e il tema della visibilità attraversa i discorsi di genere e di quelli di razza e come questi si intrecciano nelle elaborazioni del pensiero postcoloniale. La questione emerge quasi all’improvviso ma perentoriamente nell’intervento di Shaul Bassi, che sottolinea la pervasività della parola ‘razza’, inclusa anche nella Costituzione, rispetto alla parola ‘genere’ – inteso qui come genere sessuale – che è invece caratterizzato dall’invisibilità, dal non detto.

E infatti il “corpo critico”, quello che per tutti i lavori è emerso come ciò che destruttura i discorsi neocoloniali sulla fortezza Europa, non è sempre sessuato; ma quando lo è, lo è quasi inevitabilmente al femminile. È il “corpo della migrante” che racconta Marta Cariello, ma sono anche i corpi delle artiste che abitano il ‘matriarchivio’ di Silvana Carotenuto e Annalisa Piccirillo per arrivare a quello (esoticamente sessualizzato) della “asmarina asmarina/ di bellezza sei regina” dedicataria della canzone di Pippo Maugeri, che in un’operazione di ribaltamento postcoloniale diventa l’eponima dell’Asmarina Project di Alan Maglio e Medhin Paolos.

Il postcoloniale italiano sembra quindi intrecciarsi, in maniera forse involontaria e certo implicita, con quel pensiero della differenza femminile che ne abita ormai autorevolmente la lingua; in particolar modo ne riecheggia le declinazioni più recenti che, muovendosi tra il pensiero della differenza e una concezione più performativa del genere sessuale, stanno rilanciando con forza l’elaborazione femminista di una soggettività “non autocentrata e non autoreferenziale”, come la definisce Stefania Tarantino nell’introduzione al recente Femminismo e neoliberalismo. È una soggettività plurima e anti-egemonica imprescindibile per mettere in atto pratiche di accoglienza e confronto che non siano solo di solidarietà autoassolvente, esplicitamente espressa dal collettivo ideadestroyingmuros ma praticata in maniera diffusa da molte e molti dei partecipanti.

Eppure resta un residuo, che fa venire a galla il femminile come discorso sessuato privilegiato lasciando sul fondo la rena del soggetto maschile, così problematico nel reflusso di patriarcato a cui stiamo assistendo. Arenato su questo fondo resta il corpo maschile, un corpo di cui è tuttavia palese l’estrema vulnerabilità alle narrazioni di emergenza e minaccia che la critica postcoloniale italiana intende decostruire. L’immagine che mi resta di questo ‘non detto’ è l’ultima foto mostrata da Roberto Beneduce in coda al suo intervento sulla sfida che il corpo critico dei migranti lancia alle pratiche cliniche. Nella foto, il relatore si prende cura di un migrante la cui maglietta mostra un incongruo stemma juventino: flussi globali e mitologie locali (inclusa la collocazione torinese del relatore) si concretizzano in quest’immagine tutta al maschile, in grado però di declinare temi cari alla riflessione femminista italiana di oggi come la vulnerabilità e la cura. Una declinazione che però, come il postcoloniale italiano, ha bisogno di essere resa visibile.

Serena Guarracino

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